Fotofobia in ufficio: una testimonianza sul confronto con i colleghi riguardo alla luce

Fotofobia in ufficio: una testimonianza sul confronto con i colleghi riguardo alla luce
Parlare con i colleghi della luce in ufficio può essere difficile quando ciò che per loro è normale provoca a te un forte fastidio. Il punto di partenza è descrivere il problema concreto, senza chiedere agli altri di riconoscerne una causa medica: quali luci danno fastidio, in quali momenti e che cosa renderebbe più agevole lavorare insieme. La testimonianza che segue è una ricostruzione illustrativa, non il racconto verificato di una persona reale né un’indicazione valida per ogni ambiente di lavoro.
«Per me quella luce non era un dettaglio»
«Nella stanza in cui lavoravo c’erano plafoniere accese per tutta la giornata. I colleghi le preferivano così, perché vedevano meglio documenti e tastiera. Io, invece, in alcune ore sentivo il bisogno di distogliere lo sguardo dallo schermo e dalla zona più illuminata. All’inizio abbassavo soltanto la luminosità del monitor, ma non bastava a spiegare perché continuassi a cambiare posto o a cercare una sala diversa.»
«Esitavo a parlarne. Temevo che una richiesta sulla luce sembrasse una preferenza personale imposta a tutti. Quando una collega mi ha chiesto perché lavorassi spesso lontano dalla mia scrivania, ho provato a essere preciso: “Con queste luci faccio fatica a restare qui a lungo. Possiamo vedere se c’è un modo per evitare la luce diretta sulla mia postazione senza lasciare voi al buio?”. La conversazione è cambiata quando ho smesso di chiedere semplicemente di spegnere tutto.»
Questo passaggio distingue il disagio dalla soluzione proposta. La sensibilità alla luce non si presenta nello stesso modo per tutti e il racconto di una persona non permette di stabilirne la causa. Permette però di riconoscere un problema pratico frequente negli spazi condivisi: una modifica utile a una postazione può peggiorare la visibilità in un’altra.
Come rendere concreto il confronto con i colleghi
«Abbiamo guardato la stanza insieme. Dalla mia scrivania vedevo una plafoniera nel campo visivo; dalla postazione della collega, invece, quella stessa luce illuminava il piano di lavoro. Questo ci ha aiutato a parlare di posizioni e attività, anziché discutere su chi avesse ragione. Ho chiesto di provare un’altra postazione e di verificare dopo qualche giorno se lo spostamento creava difficoltà agli altri.»
Una richiesta circoscritta è più facile da valutare di una richiesta generica di “meno luce”. Si può indicare se il fastidio riguarda una lampada diretta verso gli occhi, un riflesso sullo schermo o una stanza particolarmente luminosa in certe ore. Vale anche la pena chiedere ai colleghi di che illuminazione abbiano bisogno per svolgere i propri compiti. Spostare una postazione, orientare una lampada regolabile o limitare un riflesso sono possibilità da discutere sul posto, non rimedi garantiti per la fotofobia.
«Non tutti hanno capito subito. Una persona mi ha detto che per lei la stanza era già poco illuminata. Ho cercato di non trasformare quella differenza in una gara di percezioni: le ho risposto che non volevo ridurre la luce necessaria al suo lavoro. Volevo trovare una disposizione in cui potessimo lavorare entrambi. Avere un accordo da provare, invece di chiedere un cambiamento permanente, ha reso la discussione meno tesa.»
Se una soluzione informale non basta
In un ufficio condiviso, i colleghi possono collaborare ma non sempre possono intervenire su impianti, arredi o organizzazione degli spazi. Se il problema continua, è ragionevole parlarne con il responsabile o con le figure aziendali competenti, spiegando quali condizioni creano difficoltà e quali tentativi sono già stati fatti. Non occorre comunicare ai colleghi dettagli sanitari che non si desidera condividere; eventuali esigenze individuali possono essere affrontate attraverso i canali appropriati dell’organizzazione.
La fotofobia è un sintomo, non una diagnosi. Se il fastidio alla luce è nuovo, persistente o limita le attività, è opportuno confrontarsi con un professionista sanitario per una valutazione: una testimonianza e le modifiche all’illuminazione non possono chiarirne l’origine. Se compare improvvisamente insieme a visione doppia, disturbi neurologici, dolore intenso o altri sintomi acuti, serve una valutazione medica urgente. Nel frattempo, sul lavoro, la conversazione più utile resta quella che parte da ciò che accade nella stanza e cerca una soluzione compatibile con le esigenze di chi la condivide.
