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Dopo un ictus, perdere il segno mentre si cerca un oggetto: come descrivere la difficoltà all’équipe curante

di Redazione· 14/10/2026 16:02
Dopo un ictus, perdere il segno mentre si cerca un oggetto: come descrivere la difficoltà all’équipe curante

Le chiavi sono sul tavolo, tra il telefono e un bicchiere. Le guardi, sposti lo sguardo, poi non ricordi più quale parte del tavolo hai già controllato. Oppure le trovi, ma quando torni a prenderle devi ricominciare la ricerca. Dopo un ictus, un episodio del genere merita di essere raccontato all’équipe curante. Non serve dargli un nome clinico: è più utile spiegare che cosa stavi cercando, dove ti sei interrotto e che cosa è successo dopo.

«Perdo il segno» è una buona descrizione iniziale, ma può indicare esperienze diverse. Per qualcuno significa tornare più volte sugli stessi oggetti; per altri, dimenticare quale fosse l’oggetto cercato o non riuscire a ritrovarlo dopo aver distolto lo sguardo. Separare questi passaggi aiuta i professionisti a capire quale difficoltà osservare durante la valutazione, senza anticiparne la causa.

Raccontare un episodio, non scegliere un’etichetta

Quando riferisci il problema, parti da un episodio recente e riconoscibile: «Ieri cercavo il telecomando sul divano. Ho controllato due volte gli stessi cuscini, ma non quello all’estremità. Quando mia moglie me l’ha indicato, l’ho preso». Questa frase distingue ciò che è accaduto da ciò che se ne potrebbe dedurre. Dire «non vedo da un lato» o «è un problema di attenzione» senza una valutazione può invece descrivere in modo impreciso l’esperienza.

Se riesci, annota pochi dettagli subito dopo l’episodio. Che oggetto cercavi? Era in un posto abituale o insolito? La superficie era libera oppure affollata? Ti sei fermato perché avevi perso il punto raggiunto, perché non ricordavi più l’obiettivo o perché l’oggetto non ti sembrava presente? Qualcuno te lo ha indicato, lo hai trovato dopo aver cambiato posizione o hai dovuto chiedere aiuto? Anche una risposta come «non saprei dire» è più fedele di una spiegazione costruita a posteriori.

Vale la pena riferire la frequenza in termini concreti: «tre volte questa settimana mentre preparavo la colazione» dice più di «mi succede sempre». Se un familiare ha visto qualcosa di diverso, può aggiungerlo come osservazione propria: «Ho notato che ha ricontrollato il ripiano vicino al lavello». Le due versioni non devono coincidere perfettamente per essere utili.

Il contesto cambia la ricerca

Cercare gli occhiali da soli su un comodino non è la stessa attività che trovare una confezione tra molti prodotti in un armadietto. Riferire dove la difficoltà compare — e dove invece non compare — permette di ricostruire il compito reale, senza trasformare un singolo episodio in una regola generale.

  • Oggetti fermi e vicini: per esempio chiavi su un tavolo. Puoi dire se perdi la sequenza delle zone già controllate o se l’oggetto sembra sfuggirti quando guardi altrove.
  • Superfici affollate: per esempio un cassetto con posate e utensili. Specifica se la difficoltà emerge soprattutto quando gli oggetti sono numerosi o simili fra loro.
  • Ricerca durante un’altra attività: per esempio trovare un ingrediente mentre cucini. Racconta se un’interruzione, una conversazione o il passaggio a un altro passaggio della ricetta ti fa ricominciare da capo.
  • Ambienti meno familiari: per esempio cercare il numero di una stanza o un oggetto in un negozio. Indica se negli spazi abituali la ricerca ti riesce diversamente.

Non occorre provocare queste situazioni per mettersi alla prova. Bastano le attività che capitano normalmente. Se un compito comporta rischi, come cercare qualcosa mentre si è ai fornelli o si attraversa una strada, la priorità è interromperlo e chiedere supporto, non completare l’osservazione.

Che cosa portare al colloquio con l’équipe

Una nota breve sul telefono o su carta può evitare che, durante la visita, rimanga soltanto la frase «faccio fatica a trovare le cose». Per due o tre episodi, registra data approssimativa, attività, oggetto cercato, punto in cui hai perso il segno e aiuto necessario per proseguire. Aggiungi se usavi occhiali o altri ausili abituali, se pertinenti alla situazione; non sospenderli per verificare da solo che cosa cambia.

Puoi formulare una domanda precisa: «Quando cerco un oggetto tra altri, torno nelle zone che ho già controllato. Potete osservare con me che cosa succede durante la ricerca?». Oppure: «Se qualcuno me lo indica, riesco a prenderlo; da solo, a volte non lo individuo. È utile mostrarvi come accade?». Una dimostrazione in un contesto appropriato, se l’équipe la ritiene utile, può chiarire aspetti che a parole sono difficili da rendere.

È importante dire anche quale conseguenza pratica ha il problema. Impieghi più tempo a vestirti perché non ritrovi un indumento? Rinunci a cercare un prodotto in negozio? Ti serve che qualcuno organizzi gli oggetti prima di iniziare? Queste informazioni aiutano a definire gli obiettivi della valutazione e le attività quotidiane su cui concentrarsi, senza pretendere che un racconto da solo stabilisca una diagnosi.

Quando non aspettare il prossimo appuntamento

Se la difficoltà è nuova, cambia rapidamente o si accompagna a nuovi sintomi come debolezza, alterazioni del linguaggio, improvvisi problemi della vista o forte mal di testa, non limitarti a prenderne nota per la visita programmata: cerca subito assistenza urgente tramite i servizi di emergenza. Per una difficoltà già nota ma che interferisce sempre di più con le attività, contatta l’équipe curante per riferire il cambiamento e chiedere quando sia opportuno parlarne.

Tra un appuntamento e l’altro, il resoconto più utile resta concreto: «Cercavo una tazza nello scaffale, ho ricontrollato due volte il ripiano centrale, poi mi sono fermato; quando mi è stata indicata, l’ho raggiunta». Dice all’équipe che cosa osservare, lasciando alla valutazione il compito di chiarire perché accade.

Foto: MCL Media library, MCL internal media library.

Redazione

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