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Diplopia e guida in auto: i rischi reali che cambiano le abitudini quotidiane

Alessandra Guglielmidi Alessandra Guglielmi· 15/08/2026 07:13
Diplopia e guida in auto: i rischi reali che cambiano le abitudini quotidiane

Il semaforo di via Roma quella mattina aveva due luci rosse, identiche e sfalsate di un battito. Il guidatore davanti a me esitava, l’auto avanzava di pochi centimetri e poi si fermava di nuovo. Non erano indecisione o scarsa pratica: era la strada che si era fatta doppia. Ho pensato a quante volte, nei corridoi dei centri in cui ho lavorato, ho sentito raccontare la stessa scena con parole diverse, tra imbarazzo e paura. La visione che si sdoppia non è un capriccio dei sensi: è un segnale che modifica la relazione con lo spazio, e al volante può cambiare tutto.

Quando la strada si sdoppia

La Diplopia è l’esperienza di vedere due immagini di un oggetto dove dovrebbe essercene una. Può comparire all’improvviso o crescere in sordina, manifestarsi in modo intermittente oppure rimanere costante. A volte dipende dall’allineamento imperfetto degli occhi, altre da fattori ottici come irregolarità corneali o cataratta. Nelle situazioni binoculari, quando entrambi gli occhi sono aperti, il cervello riceve segnali in contrasto e li risolve sovrapponendo due mondi leggermente sfasati. In quelle monoculari, invece, il fenomeno resta anche chiudendo un occhio e segnala spesso un problema della struttura che mette a fuoco la luce.

Alla guida, questa scissione introduce un attrito tra l’intenzione e il gesto: il cartello che sembra raddoppiato costringe a un secondo di verifica in più, la distanza dal paraurti che precede appare ambigua, le linee di corsia non coincidono perfettamente. Quell’istante di esitazione, nella dinamica del traffico, è già una decisione. Nei bambini ho imparato a riconoscere il modo in cui il corpo si difende, reclinando la testa o chiudendo un occhio per ristabilire un equilibrio; negli adulti, la strategia è la stessa ma viene mascherata meglio, e al volante può tradursi in una postura irrigidita, in una stanchezza che arriva prima del previsto.

I rischi concreti al volante

La percezione della profondità si affida alla fusione delle immagini dei due occhi. Quando questa fusione si spezza, il cervello tenta correzioni rapide, ma l’accuratezza nella stima delle distanze si indebolisce. È il motivo per cui frenate e ripartenze possono diventare brusche, e perché l’inserimento in rotatoria o un sorpasso improvviso fanno sentire il cuore in gola più del normale. La sera, i fari delle auto e i riflessi sull’asfalto bagnato amplificano il fenomeno: le scie luminose creano duplicazioni e bagliori che offuscano la sagoma reale, costringendo a sforzi attentivi costanti. Anche la lettura delle targhe e dei segnali subisce una torsione: le lettere si sdoppiano, il contorno vibra, il tempo per decifrare aumenta proprio quando la decisione dovrebbe restare fluida.

Nell’osservazione quotidiana, ho notato un gesto ricorrente: coprire un occhio con la mano per rimettere a fuoco il mondo. È un sollievo immediato, ma non sempre sicuro in strada. Guidare di fatto con un solo occhio riduce il campo visivo laterale e, senza un adeguato adattamento, può rendere più lenti i controlli allo specchietto e i cambi di corsia. La stanchezza, come in ogni compito visivo complesso, peggiora i sintomi: più gli occhi e il cervello si affaticano, più la duplicazione torna a farsi insistente, con il rischio di errori di valutazione nei momenti critici.

Cosa prevede la normativa e chi decide

Dal punto di vista legale, la sicurezza collettiva viene prima di tutto. Il Codice della strada affida alla valutazione medica l’idoneità alla guida nei casi di disturbi visivi. In concreto significa che, soprattutto quando la visione doppia è insorta da poco o varia nel corso della giornata, può essere richiesta una sospensione temporanea e una verifica da parte della Commissione Medica competente. Non è una punizione, ma un filtro di tutela: serve a capire se la condizione è stabile, se esistono strategie efficaci e se l’adattamento consente di rispettare gli standard minimi per il rinnovo della patente.

Nel frattempo, la responsabilità personale resta centrale. Ridurre gli spostamenti superflui, preferire tragitti brevi in orari di luce, evitare tratti veloci o complessi finché non si dispone di una strategia visiva affidabile sono scelte prudenti. Ogni persona con diplopia vive una traiettoria diversa e nessuna indicazione sostituisce la valutazione clinica: è proprio l’ascolto di questa variabilità che permette di cucire addosso accorgimenti efficaci.

Dalla diagnosi alle strategie di compenso

Identificare l’origine della visione doppia è il primo atto di cura. L’esame ortottico e la valutazione oculistica chiariscono se si tratta di un disallineamento gestibile, di una decompensazione di una situazione latente o di un problema ottico che richiede un intervento specifico. In molti casi, l’uso di prismi applicati agli occhiali, di pellicole di occlusione parziale o di esercizi mirati restituisce una finestra di comfort visivo che fa la differenza, in auto e non solo.

Il percorso non è mai puramente tecnico. È fatto di tempi, adattamenti progressivi, prove ed errori. Lo racconta bene un percorso di riabilitazione ortottica raccontato in prima persona, dove la costanza negli esercizi si intreccia con piccoli traguardi quotidiani: riuscire a stare in coda senza ansia, riconquistare un parcheggio stretto, arrivare a destinazione con la testa leggera. Sono tappe che non compaiono nei referti, ma segnano il ritorno a una guida più consapevole.

Un altro tassello riguarda la capacità di riconoscere i segnali di allarme. Talvolta gli adulti sottovalutano fastidi intermittenti, li confondono con la stanchezza o con una giornata “no”. Ma essere attenti a quando la visione doppia aumenta, a cosa la peggiora o la migliora, significa guadagnare controllo. Un aiuto in questa direzione arriva da un resoconto sui sintomi spesso ignorati dagli adulti, che mette in ordine sensazioni diffuse e suggerisce come tenerne traccia per riferirle al professionista.

Vite che cambiano: routine, lavoro, famiglia

La visione doppia impone un nuovo galateo della quotidianità. Si impara a scegliere dove sedersi al ristorante, evitando luci dirette e riflessi; si scopre l’importanza di pause brevi e frequenti quando si legge al computer; si riorganizzano gli orari per uscire durante le ore chiare, limitando le commissioni serali. Al volante, questo si traduce nello scegliere percorsi conosciuti, preferire strade con segnaletica pulita, programmare soste per riposare la vista. Anche l’ergonomia conta: un sedile regolato con cura, una distanza corretta dal volante, specchietti ben orientati riducono microcompensi del capo e del collo che, a lungo andare, alimentano la fatica.

Nei centri in cui ho lavorato, ho visto quanto il contesto sostenga il cambiamento. Una famiglia che si offre di accompagnare nei giorni peggiori, un collega che condivide il viaggio, un’insegnante che permette un rientro scaglionato: sono gesti semplici che alleggeriscono l’ansia e lasciano spazio alla riabilitazione. Con i bambini ho imparato a tradurre gli esercizi in giochi; con gli adulti, a tradurre i giochi in abitudini: fissare un punto e poi un altro con lentezza, scandire le traiettorie con lo sguardo, respirare prima di una manovra stretta. La prevenzione, in fondo, è un’arte di anticipo: se so che la sera la visione si sdoppia di più, negozio con me stessa un rientro prima del tramonto, oppure cambio mezzo.

Non è una resa, ma un modo per restare padroni della scena. Chi guida con una condizione stabilizzata e strategie efficaci racconta una qualità dell’attenzione diversa, forse più matura. La strada non è più un compito automatico: è una relazione che si rinnova, con tempi e opportunità di scelta. È così che l’abitudine, lentamente, smette di essere amputata e ritorna trasformata: meno impulsiva, più precisa. E quando il semaforo, un giorno, torna a essere uno solo, non si dimentica la lezione che ha lasciato.

Torno a quella mattina di via Roma, al doppio rosso che trasformava l’intersezione in un enigma. L’automobilista ha spento il motore, ha atteso. Poi ha svoltato con calma, seguendo il flusso. Pensavo alla fragilità potente dei nostri sensi, alla responsabilità che comportano. La strada è di tutti, ma lo sguardo è personale: accudirlo è il modo più sicuro per arrivare dove vogliamo, senza rinunciare alla libertà né alla prudenza.

Alessandra Guglielmi
Alessandra Guglielmi

Alessandra Guglielmi ha lavorato per oltre vent'anni in centri per l'infanzia dove ha seguito bambini con difficoltà visive, collaborando con équipe multidisciplinari. Si occupa di divulgazione e crea guide pratiche per insegnanti e genitori sulla prevenzione dei disturbi della vista.